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Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla (A.Baricco – Novecento)

Oria: i 4000 naufraghi italiani che dissero NO al nazismo

La costa dell'Attica dove sorge il monumento

La costa dell’Attica dove sorge il monumento

Il giorno della memoria: ogni 27 gennaio si ricordano le stragi compiute dai nazisti, come monito perché non riaccada in futuro qualcosa di simile. L’errore che forse facciamo è di limitarci – in questa memoria – ai soli morti nei campi di sterminio, dimenticando tutti coloro che hanno perso la vita per “danni collaterali” di questa guerra.

A pochi chilometri da Atene, lungo la statale che percorre questo tratto di costa greca, ci si imbatte in un monumento particolare. In italiano e in greco si legge: Ai caduti dell’Oria. In questo specchio di mar Egeo dove spunta l’isola di Patroclo, riposano oltre 4.000 militari italiani periti il 12-2-1944 nel naufragio del piroscafo Oria, che li deportava verso i lager nazisti.

Il monumento ai naufraghi dell'Oria

Il monumento ai naufraghi dell’Oria

Non tutti i soldati italiani dell’epoca erano fedeli al fascismo e al nazismo. Un esempio furono proprio questi 4.200 che ebbero il coraggio di dire no al nazismo e alla RSI dopo l’armistizio del 1943, diventando perciò prigionieri dei tedeschi, destinati a divenire forza lavoro nei campi di concentramento. Non essendo prigionieri di guerra, non erano soggetti ai benefici della Convenzione di Ginevra, né avevano accesso all’assistenza della Croce Rossa: con il loro etico “no” diventarono meno che bestie per chi conduceva quel piroscafo da Rodi al porto ateniese del Pireo.

Vicino a Capo Sunio, il 12 febbraio 1944, la vecchia nave norvegese fu travolta da una tempesta, si incagliò nei bassi fondali dell’isola di Patroclo ed affondò. I superstiti furono solo 5 uomini dell’equipaggio, 6 tedeschi e 37 italiani. Di circa 250 naufraghi si ritrovarono i corpi lungo la costa, tutti gli altri riposano ancora in fondo all’Egeo.

Dopo l’urto della nave contro lo scoglio venni gettato per terra e quando potei rialzarmi un’ondata fortissima mi spinse in un localetto situato a prua della nave, sullo stesso piano della coperta, la cui porta si chiuse. A parlare è Giuseppe Guarisco, il sergente d’artiglieria che ebbe la fortuna di essere fra i pochi sopravvissuti. In detto locale – continua – c’era ancora la luce accesa e vidi che vi erano altri sei militari. Dopo poco la luce si spense e l’acqua iniziò ad entrare con maggior violenza. Salimmo in una specie di armadio per restare all’asciutto, di tanto in tanto mettevo un piede in basso per vedere il livello dell’acqua. Passammo la notte pregando col terrore che tutto si inabissasse in fondo al mare.

Le ore passavano ma nessuno veniva in nostro soccorso. Il racconto scritto dal soldato è angosciante e descrive ogni momento delle ore tragiche in cui si è convinti che la vita stia giungendo al termine. Uno di noi, sfruttando il momento che la porta rimaneva aperta, si gettò oltre essa per trovare qualche via d’uscita e dopo un’attesa che ci parve eterna lo vedemmo chiamarci al di sopra del finestrino. Ci disse allora che era passato attraverso uno squarcio appena sott’acqua. Un altro compagno, pur essendo stato da me dissuaso, volle tentare l’uscita ma non lo rivedemmo più.

Passarono due giorni prima che i soccorsi potessero raggiungere la nave. Quello che era riuscito ad uscire ci disse che dove eravamo noi, all’estremità della prua, era l’unica parte della nave rimasta fuori dall’acqua e che intorno non si vedeva nessuno all’infuori degli aerei che continuavano a incrociarsi nel cielo e ai quali faceva segnali. Poco dopo si accostò una barca con due marinai; essi dissero che erano italiani, dell’equipaggio di un rimorchiatore requisito dai tedeschi. Ci dissero di stare calmi che presto ci avrebbero liberati. Ma sopraggiunse l’oscurità e dovemmo passare un’altra nottata più tremenda forse della prima.

La targa del monumento

La targa del monumento

Per decenni la tragedia è stata ignorata. Una tragedia che non ha coinvolto semplici marinai, né semplici soldati, ma uomini che avevano riconosciuto il male dilagante del nazismo e si erano rifiutati di combattere per questa causa. C’è chi dice che l’annegamento è stato forse meglio, per i nostri compatrioti, che finire la vita in un lager. La cosa certa è che, dopo anni, sono ancora per noi un esempio di coraggio e determinazione.

Andrea Cuminatto

Grazie agli amici di http://www.piroscafooria.it

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2 commenti su “Oria: i 4000 naufraghi italiani che dissero NO al nazismo

  1. Maria
    26 gennaio 2015

    Questi eroi hanno lasciato le famiglie nello sgomento e nell’ignoranza totale sulla loro fine per anni perchè venivano dichiarati dispersi fino a quando non si è risaliti alla causa. Per tanti anni la loro fine è stata celata. La tragedia dell’Oria, mi accorgo che viene poco o quasi niente documentata dalla nostra televisione, perchè? E’ venuta a galla dopo circa 70anni grazie alle ricerche dei sommozzatori ed a voi del gruppo che oggi v’interessate di questo capitolo di Storia. Il nostro governo che cosa ha fatto per onorare questi soldati? Nulla. Mia madre rimase giovane vedova con un figlio che non ha mai conosciuto il suo papà il cui corpo giace nelle acque dell’Egeo.

  2. fagugli alessandra
    27 gennaio 2015

    … mia nonna ha 100 anni, il 10 marzo ne compirà 101… quando parla del fratello disperso a Rodi, abbassa quei poveri occhi stanchi e opachi e sussurra la sua memoria…dice:” stanotte ho sognato Silvio mi ha detto che non torna più…” allora mi si stringe il cuore e non Le racconto che ho trovato il nome di un amico di Silvio ( cCannone Quadrio) nella lista dell’Oria e che probabilmente c’era anche Lui, penso solo che mia nonna e suo fratello e tutti i giovani di allora sono stati derubati della loro gioventù e non hanno ricevuto neppure uno sguardo (non dico parola), un gesto… di comprensione, un accenno di ricordo da parte di chi aveva deciso del loro destino.

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