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Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla (A.Baricco – Novecento)

Quando le arance erano “bizzarre” e le vie “vergognose” (Le curiose vie di Firenze 3/3)

Gli "Avelli" dell'omonima via

Gli “Avelli” dell’omonima via

La nostra esplorazione dei più particolari e curiosi nomi della toponomastica fiorentina prosegue con via degli Orti Oricellari. La stradina attigua a piazza della Stazione prende il nome dal giardino monumentale che qui trova il proprio ingresso. Gli Orti Oricellari confinano con il Palazzo Venturi Ginori – del quale erano una dipendenza – e appartennero alla famiglia Rucellai. Da qui il nome, che seppur appaia stravagante, altro non è che una variante antica di Rucellai.

Dal lato opposto di piazza della Stazione, fra quest’ultima e piazza Santa Maria Novella, troviamo via degli Avelli. La strada prende il nome dalle arche sepolcrali – dette appunto avelli – che fiancheggiano il lato ovest dell’omonima strada, e che appartengono all’antico cimitero della basilica di Santa Maria Novella. Anticamente la strada era molto più stretta, e il passaggio vicino alle tombe non doveva essere molto piacevole, come testimonia il modo di dire diffuso a Firenze puzzare come un avello.

Via del Canto alla Quarconia

Via del Canto alla Quarconia

Spostandoci fra il Duomo e piazza della Signoria, troviamo un’altra via dal nome particolare: via del Canto alla Quarconia. «Il pubblico di Borgognissanti, per quanto fosse un teatro frequentato generalmente dal popolo, era meno rumoroso, meno chiassoso e meno screanzato di quello chiamato Leopoldo o della Quarconia, dove si spendevano due crazie e dalle otto vi si faceva anche il tocco dopo la mezzanotte». Così si legge a riguardo sul testo Firenze Vecchia di Giuseppe Conti. La Quarconia era infatti «la Pergola dei beceri e delle ciane» e dopo gli spettacoli – a cui si assisteva portandosi da casa «i tegami dello stufato dell’agnello, i fiaschi di vino e il pane» – gli spettatori uscivano per tornare a casa, ripetendo strada facendo gli avvenimenti della serata e discutendo delle vicende a cui avevano appena assistito.

Il carcere delle Stinche in un quadro di Fabio Borbottoni (1820-1902)

Il carcere delle Stinche in un quadro di Fabio Borbottoni (1820-1902)

Lì vicino, nel rione di San Simone, scopriamo anche via delle Burella. Nonostante si possa pensare subito ad un antico nome degli intestini – utilizzo culinario della trippa – la storia che ha attribuzione di questo nome alla suddetta via è completamente diversa, seppur metaforicamente legata alle budella intestinali. Nel Medioevo questa zona era popolata per lo più da poveracci e detenuti. Come soleva scrivere Dante nei sonetti giovanili, la gente abbietta veniva relegata in San Simone assieme ai detenuti, essendo un quartiere di prigioni. Difatti, già dal 1100, i delinquenti venivano spesso rinchiusi in scantinati che per le forme e l’odore sgradevole erano chiamati budellima la cittadinanza fiorentina soleva chiamarli burellae da qui prese il nome la via dove probabilmente erano situati questi luoghi oscuri. Lo attigua via delle Stinche, nome delle prigioni costruite nel 1300 e poi abbattute 800 per far posto al teatro Pagliano (oggi Teatro Verdi).

L'arancio Bizzarria

L’arancio Bizzarria

Nella zona di Novoli troviamo invece via del Giardino della Bizzarria. Il suo nome sarà dovuto a una famiglia dal curioso cognome, o magari ad un parco pieno di strane sculture? Tutto si penserebbe tranne che siano state le arance a dargli questo nome. L’arancio Bizzarria è infatti una varietà molto rara di agrume con la particolarità di dare frutti sia dell’arancio amaro che del limone cedrato, o addirittura frutti che presentano contemporaneamente entrambi gli aspetti ma partiti in modo irregolare. Storicamente, da annotazioni del 1674 di Pietro Nati – direttore dell’Orto botanico di Pisa – sappiamo che questa pianta era stata notata da un giardiniere nella villa Torre degli Agli dei marchesi Panciatichi poco fuori Firenze, e il nome Bizzarria gli fu imposto dallo stesso Nati. Entrata a far parte delle collezioni medicee di Villa di Castello, questa varietà d’arancio fu a lungo ritenuta scomparsa per la trasformazione della limonaia della Villa Medicea in ospedale durante la Prima Guerra Mondiale. Furono poi rinvenute alcune piante e adesso le possiamo trovare in collezioni private e in quelle pubbliche di Castello e Boboli.

Pensando a via della Ninna, invece, si potrebbe ritenere che questa sia riferita al sonno dei bambini, e non saremmo lontani dalla verità. La chiesa di San Pier Scheraggio – che qui trova il suo ingresso – ospita la famosa Madonna con il Bambino di Cimabue. La dolcezza della Madonna, che sembrava tenere il figlio per farlo addormentare, le valse il soprannome di Madonna della ninna nanna, dal quale derivò il nome ancora in uso di via della Ninna.

Piazza della Passera

Piazza della Passera

Per passare al lato più irriverente della toponimia nostrana, arriviamo in piazza della Passera, una piccola piazzetta dell’Oltrarno nota anche come Canto dei Leoni. La piazza si chiamava piazza dei Sapiti e fu ribattezzata ufficialmente con il suo nomignolo popolare solo nel 2005, anche se ciò ha portato a non poche polemiche relative all’opportunità di istituzionalizzare un toponimo indicante l’organo genitale femminile. Non si tratta però dell’unico nome “sconveniente” affibbiato ad una strada fiorentina. È sufficiente pensare a via dell’Amorino – così chiamata per le case di tolleranza qui presenti per lungo tempo – ma anche a via delle Belle Donne, via delle Serve Smarrite (oggi via del Parione), o via Vergognosa, ribattezzata oggi via Borgognona (come abbiamo visto nella primo articolo di questa rubrica), che doveva anch’essa il suo nome ai numerosi casini che ospitava. Ebbene, anche piazza della Passera deve il suo nomignolo popolare al rinomato casino qui presente fino agli anni ’20, che pare fosse frequentato addirittura dal Granduca Cosimo I.

Per concludere filosofeggiando, terminiamo passando in via delle Cinque Vie, che non deve il suo nome a un incrocio particolarmente grande o ad altre strade importanti, bensì alle Cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio teorizzate nel 1200 da San Tommaso d’Acquino.

Andrea Cuminatto

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